Riflessioni sull’esperienza di una «prima volta» con il treno bianco Unitalsi
di Gianrolando Scaringi
Ventisei ore possono essere uno spazio. Ecco, in ventisei ore posso percorrere un «tot» di spazio. Certo, te ne fai ben poco di uno spazio percorso. In fondo, noi non viviamo di spazio, viviamo in uno spazio e percorrere ventisei ore di mondo non è vivere ventisei ore di mondo.
Ventisei ore possono essere ventisei ore di vita. Ventisei ore sono novantatremilaseicento secondi di cuore, corpo, anima, speranze, preghiere, amore, amicizia, fede… novantatremilaseicento secondi di tutto. Uno spazio dettato in tempo lontano due passi dal cuore che si percorrono e si vivono in ventisei ore. Ventisei ore vissute stazione per stazione, fermata per fermata, rotaia per rotaia, vagone per vagone. Servizio per servizio.
Ventisei sono le ore di vita che passano tra Caserta e Lourdes. Ventisei ore di treno, ventisei ore di treno bianco Unitalsi. Ventisei ore di missione, non di supporto, di vita, vita vera, vita intera con tutti i suoi pro e i suoi contro, con gli scontri, le polemiche, gli abbracci, le risate, la calma e la rabbia, il sonno e i sogni, le speranze, le rassegnazioni, i rimorsi, i rimpianti, le gioie, i sorrisi. La preghiera.
Per chi non c’è mai stato il treno bianco è, spesso, solo una leggenda. Per chi lo vive per la prima volta non è facile dire cos’è. Un paese? Una città? Un condominio? Una comunità? Una comunità, forse sì, una comunità che sgrana, per strada, i kilometri sotto i suoi piedi. Un pellegrinaggio, un cammino, un percorso, la ricerca spasmodica del profilo di un orizzonte che è uguale e diverso all’orizzonte di partenza ma che è quello orizzonte. Quello che speri. Quello per cui sei lì.
Chi parte per la prima volta comincia a chiedersi quale sia il senso di Lourdes. Chi c’è stato tante volte ti dice che è impossibile, che lui ci sta provando e ne capisce ogni anno un pezzettino in più. Arrivato, cominci a capire, un po’ alla volta, che, se anche Lourdes avesse un senso, a te non importa. Andare a cercare il senso di Lourdes è come partire alla ricerca del senso dell’amore. Se anche dovessi raggiungerlo, non sai che farne perché, dell’amore, non è il senso proprio che ti importa se non sai dove incastrarlo perfettamente al centro di tutto quello che vivi. Se non sai farne il senso della tua vita intera.
Lourdes fa paura. Perché se sei andato lì per cercare qualcosa, allora ti rendi conto che la ricerca è infinita. E cominci a collezionare, a fare ogni cosa in ogni luogo. Il tempo non ti basta mai, gli spazi non ti bastano mai: ci vuoi ritornare, e ancora, e ancora, e ancora. Vorresti farli tuoi, pretenderesti di mappare tutto e tutti, le chiese, le case, le strade, i sassi, i fili d’erba, i litri d’acqua che scorrono, le preghiere, i pensieri ed i colori. Non ti basta niente. Non ti basta mai. E, più cerchi, più torni indietro e ricominci a cercare e torni indietro e ti fermi e cambi strada e sei ancora lì al punto di partenza. E sei sempre lì. E l’esplanade ti guarda, e tu sei lì. E l’Incoronata ti guarda e tu sei lì. E tu sei lì. Giorno e notte.
Non sai se a Lourdes c’è più Dio o meno Dio che altrove. Però, ti guardi intorno, e capisci che, se anche Dio ci sia stato solo di passaggio, si è trovato bene. Tu non lo capisci cosa ha provato Dio a passare per di là, perché non sei Dio anche tu e non puoi dirgli, come ad un amico, «ti capisco» oppure «immagino». E siccome non sei Dio, l’unica cosa che potresti dire è «non capisco… però sono felice che tu me l’abbia detto». Perché Dio te l’ha detto. A Lourdes c’è passato non so quante volte e ci ha tenuto a dirlo ed a farlo sapere. Ha lasciato i testimoni perché tutti lo sapessero. E ti rendi conto che, in fondo, anche se ti lamenti di ogni cosa, tu sei importante. Perché quel Dio che è passato di là, poteva anche non dirti niente. Invece l’ha detto alla più umile delle umili, ci ha tenuto a farsi vedere, a farsi toccare. Perché, ad un amico fidato, alla persona che amiamo, ad un nostro parente noi ci teniamo a fargli sapere cosa ci fa bene o dove siamo stati bene. Ebbene, a Lourdes Dio si è trovato e si trova bene. E ce lo ha fatto sapere e ce lo fa sapere attraverso tutto ciò che ha compiuto e che continua a compiere.
Un senso di pace, di infinità e piccolezza. Il contrasto. È quello forte, in cui ascolti e provi anche tu a declinare la speranza passo dopo passo, parola dopo parola, candela dopo candela. La preghiera non è pesante, non è spasmodica, è intensa. Anche la speranza è così. Cominci a leggerla, ti esperisci in comunicazione silenziosa, in pause sottili e soste. Il percorso, in fondo, è sempre lo stesso, le strade dànno poche alternativa, i luoghi sono pochi e ben definiti. Sempre gli stessi, ma non ti stanchi mai. Ogni volta nuovi, ogni volta importanti, ogni volta uguali e diversi. Come uguali e diversi sono tutti coloro con cui parli, tutti coloro con cui preghi, tutti coloro che provi a capire sotto quella cortina di timidezza ed umiltà che non è muro ma solido rifugio in cui conservare tutto ciò che hai dentro per farlo evaporare, lentamente, verso il cielo. Parola per parola.
La messa internazionale, la messa alla grotta, la liturgia penitenziale, la processione eucaristica, la via crucis, ilflambeaux. Tutto uguale e tutto diverso. Uguale ad ogni giorno, a quello che sai e che vivi normalmente. Diverso non solo per l’ambiente, per i luoghi, per quello spazio e quel tempo che ti allontanano da casa, ma per come lo vivi. La fraternità, Lourdes è fraternità, condivisione. Il bisogno dell’altro diventa reciproco, non solo perché c’è da «fare» – tipo spingere una carrozzella – ma perché tutto ruota attorno ad un unico perno di comunità. Si impara ad avere bisogno, ad abbeverarsi e ad assetarsi ad una fonte che richiede tanto di essere decantata dentro di sé, quanto di essere condivisa. Sul posto quanto a casa, tra pochi o tra molti. Non importa quello che si è o si fa o si sa fare. tutto ciò che è dentro è un dono e non può essere a sua volta vissuto se non donandolo, con passione, con forza d’animo, con umiltà e senza presunzione. Che ci sia un malato o un pellegrino, un altro barelliere o dama o un sacerdote. Non importa. Fino a quando, quello che siamo, è importante solo per noi stessi?
A Lourdes nessuno di quelli che incontri è lì solo per sé stesso. Ognuno ha dietro un bagaglio di esperienze e preghiere da spendere al Santuario. Ad ogni pellegrino si affidano tanti altri. Preghiere e speranze che si accumulano sull’anima senza portare alcun peso. È come se ognuno dei fortunati abbia avuto in consegna una parte del mondo, come se gli sia stata affidata la parte più complicata della vita di tutti coloro che conosce. Ed anche di chi non conosce. Non è un discorso di cortesia, ma condivisione estrema, all’ennesima possibilità umana. Io non sono responsabile solo di me stesso ma di ognuno che si affida a me. Anche se non lo conosco.
L’esperienza da volontario Unitalsi è forte. È più di quanto si immagini. Non è solo un desiderio di servizio che si tramuta in offrire tutto ciò di cui ha bisogno chi non può far altro che avere bisogno. L’Unitalsi è fratellanza, famiglia, scuola. Il sogno tramutato in realtà di provare ad offrire qualcosa di più chi è pellegrino e qualcosa di ancora più grande a chi è malato. E qualcosa di immenso a chi è dama e barelliere. L’accoglienza della prima volta è unica, una promessa di servizio e fede senza pari. Un «impegno», come è giusto che sia, che si sigilla dentro e fuori con una appartenenza senza pari per chiunque sia: barelliere, dama, guida o cappellano. E se non c’è niente di più bello e importante che dare, allora dare sé stessi non ha altri confini se non quello della propria vita e della propria volontà. Quando una scelta diventa missione.
Ventisei ore. Come l’andata. Altre ventisei ore per riportarti a quel fazzoletto di terra che tu chiami «casa» e che contiene tutti i tuoi affetti. Altre ventisei ore per riportare il cuore indietro e carico di tutto ciò che ha avuto. Quello che porti a casa non è razionalizzabile. Difficilmente lo spieghi con criteri standard, non è il semplice racconto di un’esperienza. È qualcosa che resta, che c’è e non puoi più negarlo più. Magari si nasconde, scende in basso, si porta in secondo piano nella tua complessa e incastratissima quotidianità. Ma c’è, quell’esperienza c’è ed è pronta ad esplodere da un istante all’altro ed a farti tremare e mettere in discussione tutto il resto. Magari sale a galla all’improvviso, in un pomeriggio noioso davanti ad un pc. Magari, all’inizio, non te ne accorgi. Ma arriva… e ti coglie in pieno e non ti lascia scampo. E tu non puoi fare a meni di tornare indietro, di riportarti con la mente a Lourdes, alla grotta, all’Incoronata, all’esplanade.
Così come ti è naturale respirare, comincia ad essere naturale richiamare un’atmosfera. Ne nasce un bisogno, un’esigenza, una necessità. Nasce un legame, un indissolubile vincolo con quello spazio a ventisei ore da qui che, poco a poco, cambia la tua quotidianità e delle cose che conoscevi conserva solo il nome. Non sai se qualcosa di te è rimasto a Lourdes o qualcosa di Lourdes è rimasto dentro di te. Probabilmente, entrambe le cose sono vere. Ma a te, in fondo, non importa. Importa quello che è nato. È, come ogni relazione, l’attesa degli istanti più belli si snocciola intorno ad un’unica promessa. La stessa che fai appena giunto alla stazione di Caserta. «Ritornerò».
Il presenta articolo sarà pubblicato nel numero 5 della rivista dell’Unitalsi “Fraternità”.